NEOTENIA: L’UOMO È UN ANIMALE NEOTENICO

La Natura ha fornito gli animali di pattern comportamentali, cioè di schemi preformati di comportamenti innati e istinti, con i quali l’individuo di una specie interagisce, scambia segnali e messaggi, “dialoga” con l'ambiente, in relazione ai suoi bisogni. In questo contesto il tempo di apprendimento per i piccoli di una specie è molto limitato. Ad esempio il ragno, appena nasce Il cucciolo, poco dopo la nascita, “sa” già come fare la tela. Nel mondo animale la parte del repertorio comportamentale che è appresa con l’esperienza è veramente molto limitata.
Nell’Uomo, al contrario, la Natura non ha predisposto simili automatismi, ma ha fornito la specie umana della capacità di creare nuovi adattamenti all’ambiente e nuovi comportamenti, grazie alla sua caratteristica neotenica.
Il concetto di neotenia (dal gr. νέος "nuovo, giovane" e τείνω "tendo") deriva dalla biologia dello sviluppo e denota la conservazione, negli adulti di una data specie, di caratteristiche fisiologiche e morfologiche proprie del periodo fetale.
In altre parole, l’esemplare della specie neotenica viene al mondo fortemente immaturo e conserva per tutta la sua vita tratti primari fetali.
Questo fenomeno è stato osservato originariamente presso alcune specie di insetti e di anfibi, e si deve all’olandese Lodewijk Bolk (1926) l’estensione di questo concetto all’uomo, che arrivò a definire l’Uomo come “un feto di primate divenuto sessualmente maturo”.
Nell’uomo ad esempio, la fessura cranica, tratto tipico del feto delle australopitecine, per il quale il viso è orientato in una direzione ad angolo retto rispetto all’asse del corpo, viene conservata nell’adulto.
La scatola cranica non saldata al momento della nascita, l’assenza di peli nel neonato, o la debolezza ed immaturità dell’apparato muscolo-scheletrico sono segni neotenici nella specie umana, così come il fatto che gli adulti umani presentano proporzioni corporee più simili a quelle giovanili, rispetto agli altri primati. Nella scimmia Rhesus e nel gibbone, il 70% della crescita cerebrale è raggiunto al momento della nascita ed il resto è completato entro i primi sei mesi, mentre nell’uomo la crescita completa del cervello non è raggiunta fino alla fine della seconda decade di vita.
Già nel 1923, Haldane aveva osservato che la conservazione di caratteristiche infantili ha permesso all’uomo di perdere molti dei suoi tratti animaleschi e, nel 1940, Gehlen nota come alla nascita, il piccolo dell’uomo è quindi molto più immaturo delle altre specie, inclusi i primati.
Il cervello umano, più voluminoso rispetto agli altri primati, in rapporto a un canale del parto più stretto per il passaggio del neonato, per via della posizione eretta, sembra avere determinato, come soluzione evolutiva, l’immaturità cerebrale dell’infante umano al momento del parto. Soluzione che permette al neonato di passare attraverso il canale ridotto, ma che determina una serie di conseguenze molto importanti per la nostra specie.
La profonda immaturità dell’essere umano al momento del parto, unita alla conservazione dei tratti fetali e giovanili per tutto la vita, ovvero non portare a compimento il processo di maturazione (protogenesi) e di specializzazione, hanno implicazioni antropologiche, psicologiche e filosofiche profonde. La neotenia rappresenta la base filogenetica dell’indeterminatezza, delle potenzialità e della non specializzazione umana.
L’animale umano sarebbe quindi più povero degli altri animali. Tale povertà consiste anzitutto in alcuni “primitivismi” organici e in deficit di istinti specializzati. L’uomo in effetti non ha istinti (se per istinto si intende un codice di comportamento complesso trasmesso alla specie con il DNA, invariabile per tutti gli individui della stessa specie e invariabile attraverso le generazioni) e quindi egli non sa mai, a priori, cosa deve fare; deve invece deciderlo tra sé e con gli altri: a questo serve infatti il linguaggio ed il pensiero.
A tale proposito, Gehlen, già nel 1940, sosteneva che una caratteristica sostanziale degli esseri umani è la loro capacità di continuare ad evolversi senza fine, perché biologicamente determinati da carenze organiche ed inadattamenti biologici: la loro peculiarità è la non specializzazione, la versatilità, e quindi la creatività.
Per Konrad Lorenz, la continua interazione creativa con l’ambiente è costitutiva della natura neotenica dell’uomo .
L’intelligenza neotenica, che deriva dalla nostra immaturità alla nascita e dal conservare per tutto lo sviluppo le caratteristiche fetali, per esempio la plasticità neuronale, è quindi ciò che permette di mantenere per tutta la vita la capacità di essere creativi, cioè di elaborare in modo creativo i dati dell’esperienza, e permette al genere umano la sua peculiare assenza di adattamento ad un ambiente specifico. L’immaturità alla nascita, rispetto alle altre specie, inclusi i primati, l’assenza di adattamenti biologici e di istinti specializzati, spiega il bisogno dell’uomo di un apprendimento ininterrotto.
Ad un’infanzia che potremo definire “cronica”, corrisponde un cronico inadattamento, a cui l’uomo risponde con un prolungato periodo di accudimento, un’infanzia più prolungata e un più lungo rapporto di dipendenza dagli adulti, e la necessità di agenzie formative per abilitarlo alla vita adulta: il clan, la famiglia, la scuola, ecc...
Ciò che rende l’individuo della specie abile alla vita adulta non è acquisito attraverso un set di istinti innati, ma attraverso un lungo periodo di accudimento, di educazione e di trasmissione di strumenti sociali e culturali. La cultura, nel senso più ampio del termine, è dunque una compensazione innata delle lacune della nostra specie: ecco perché per Gehlen (così come per Pascal) essa «è la prima natura dell’uomo».
La prima conseguenza della grande immaturità dell’essere uomano alla nascita, e quindi di una fase di accudimento e di allevamento che si protrae per anni, e di una radicale e profonda dipendenza del bambino al mondo degli adulti, è che il bambino può essere esposto a tutta una serie di abusi: sessuali, fisici, emotivi ed affettivi, da cui egli non si può difendere, né proteggere. Abusi che sono molto più frequenti di quanto possiamo pensare.
In questa fase iniziale della sua vita, l’essere umano è necessariamente “invaso” da contenuti emotivi e culturali, che egli non si è scelto e da cui non si può difendere. Per fare un esempio, il lattante viene allattato e svezzato in base alle convinzioni più o meno razionali della madre, del pediatra, di ciò che propone l’industria alimentare per i neonati, ma non viene mai interrogato sui suoi gusti e sui suoi bisogni: non ha la maturità mentale (di linguaggio e di pensiero) per esprimersi in tale senso e quando, da evidenti segni, mostra di non gradire quella pappa che la mamma gli ha preparato, si può sentire dire “E’ buona, ti fa bene e te l’ho fatta con tanto amore!” .
Quindi, molto precocemente, questo bambino imparerà a rimuovere le sue sensazioni ed i suoi bisogni, a favore di schemi e di atteggiamenti “imposti” o inculcati dall’esterno. Eppure, dall’osservazione precoce del neonato, si può già notare che egli ha i suoi gusti e le sue esigenze e che queste differiscono da individuo ad individuo.
Si tratta di un mondo di contenuti mentali, emotivi, che rimane in gran parte inconscio per tutta l’esistenza, senza un accesso diretto alla coscienza a meno di un lavoro specifico mirante ad imparare a entrare in ascolto ed in relazione - almeno parzialmente - con queste parti interiori.
La fluidità degli schemi e delle operazioni mentali, l’assenza di adattamenti biologici e di istinti specializzati, la necessità di una trasmissione di elementi culturali al posto di pattern comportamentali ereditari, ha tuttavia favorito l’emergere del linguaggio come capacità di creare significati, dell’immaginario e di quello che si chiama “mondo interiore”. Anche i primati più vicini all’uomo sono capaci di utilizzare degli strumenti rudimentali, come dei pezzi di legno per avvicinare a se del cibo, ma quello che contraddistingue la nostra specie è che, dopo poco tempo, l’uomo tenderà ad apportare a quel pezzo di legno delle decorazioni, dei segni, a introdurvi una dimensione artistica e personale.
Tutto ciò ci porta a dire che l’essere umano, a causa di questa sua caratteristica neotenica, è “programmato” dalla natura al cambiamento. Ogni volta che tale processo di cambiamento e di adattamento all’ambiente, in maniera sempre nuova e creativa, si arresta, per una qualsiasi ragione, o ogni volta che intendiamo adottare schemi vecchi, irrigiditi, a nuove situazioni, si corre il rischio di andare incontro ad una situazione di stallo che può fare persino ammalare le persone. Del resto anche nel Vangelo di Luca troviamo la bella espressione: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi.» (Luca 5,36-38)
Appare quindi evidente come il passaggio attraverso un lavoro di conoscenza di sé, in età adulta, sia un vero e proprio “compito evolutivo” necessario, se si vuole raggiungere un certo equilibrio interiore e liberarci da tutti quei “pesi” e “fardelli” che sono di intralcio alla nostra vita.
Il "lavoro" in questione può essere affrontato in vario modo: attraverso un’analisi personale, un lavoro psicologico, o anche grazie alla meditazione, lo studio e la riflessione, ecc., ma è un compito che non potrà mai essere assolto senza un impegno consapevole.