IL CASO DI A.

Rielaborazione come “dare un nome ai fatti”


Nel corso del mio lavoro, mi sono accorto che in molti casi, la sofferenza di una persona non è esclusivamente generata dagli eventi esterni che la colpiscono o accadono nella sua vita, ma che molte situazioni di malessere psicologico derivano da una difficoltà a “collocare” tali eventi nella propria storia personale, a dare loro un posto nel proprio orizzonte interno e nel proprio percorso di vita, in qualche modo per non rimanere “confusi” con essi. In effetti non si può essere “contaminati” da ciò che non ci appartiene, senza che a ciò non si accompagni un malessere profondo, che tende a perdurare fino a che non si è in qualche modo ristabilita l’integrità (nel senso di non contaminazione) del proprio mondo interno. Tuttavia, purtroppo, in molti casi, i vari tentativi di razionalizzazione a cui ricorriamo nel tentativo di spiegare, etichettare, o di interpretare gli eventi, i comportamenti propri e quelli altrui, quando questi ci turbano o ci fanno stare male, per darcene una ragione, un senso e per trovare pace, falliscono miseramente ed il nostro malessere perdura. Esiste però la possibilità di arrivare a definire ciò che ci ha fatto star male, che ha alterato il nostro stato di equilibrio, provando ad andare oltre ai quei processi razionali che possono sì spiegare, ma in molti casi non bastano ad aiutarci a ritrovare la nostra integrità.
Bisogna allora percorrere altre strade, come ad esempio l’ipnosi effettuata secondo gli insegnamenti di Erickson, che ci aiutino ad immergerci interamente nel nostro vissuto e a rivivere tutta la gamma di sensazioni, emozioni e affetti che abbiamo cancellato dalla nostra coscienza. In questo modo si può giungere a definire con una parola o una locuzione, un’esperienza, un malessere, un fatto e poterlo fare nei termini del proprio mondo interiore, nel pieno rispetto della nostra sensibilità e del nostro unico modo di sentire, e ciò ci permette di ritrovare un nostro senso di stabilità e di pace. In questo modo l’evento che ci ha provocato della sofferenza viene così a trovare una sua collocazione precisa nel nostro mondo fenomenico. Questo modo di procedere porta con sé la fine della “guerra” con gli altri. Facciamo un esempio.
Il caso di A.
A. è una giovane donna, laureata brillantemente in discipline scientifiche, sposata e con un’attività lavorativa di responsabilità.
Si presenta al nostro appuntamento in uno stato di grande agitazione.
Dopo un po’ di difficoltà ad entrare nell’argomento, per via del suo stato agitato, dice di temere di avere fatto qualcosa di male ma, riferisce: “non so che cosa ho fatto e se l’ho fatto, e non riesco a smettere di pensare a questo.”
Il suo parlare concitato manifesta uno stato di fortissimo allarme, di ansia e paura. La signora riferisce di avvertire un senso di oppressione al torace e aggiunge di avere persino paura ad addormentarsi, in quanto teme che, perdendo il controllo, possa avere dei comportamenti non corretti.
La mimica facciale, la bocca contratta, il tono della voce, l’eloquio a scatti, la gestualità rigida, la postura del corpo, persino l’abbigliamento, denotano una persona non solo molto tesa, ma abituata a controllarsi nell’espressione delle proprie emozioni.
Dapprima A. rimane incapace di descrivere in modo più appropriato quali sono questi comportamenti che avrebbe potuto avere o che potrebbe riprodurre poi, calmandosi un po’, inizia a raccontare.
La signora e suo marito frequentano un gruppo di amici, conoscenti di vecchia data, con i quali vanno spesso a ballare. L’affiatamento nel gruppo, composto da persone più o meno della stessa età, è descritto come generalmente buono.
In questo gruppo c’è un uomo che ogni tanto, in modo discreto, tanto da non farsi notare dagli altri, si comporta come se avesse un interesse per questa signora. Questo signore lo indicheremo di seguito con la locuzione “il conoscente del ballo”.
I “complimenti” di costui, si sostanziano in una mezza frase allusiva che, ogni tanto, questo uomo pronuncia a mezza voce alla signora: “E’ vero…”, accompagnando l’allusione con uno sguardo ed una mimica che fanno capire l’intenzione di farle un complimento.
A. riferisce che, in un primo tempo, ha cercato di non dare importanza a queste manifestazioni, tanto più che non prova alcun particolare interesse o attrazione per quel conoscente.
In seguito, queste manifestazioni di interesse si sono fatte più frequenti, fino a quando, dopo un ballo con lui, il “conoscente del ballo” si è congedato dicendo, come se parlasse a se stesso, ma facendosi ben sentire dalla signora: “E’ proprio vero…!”.
Questa volta l’effetto del commento è stato quasi violento. Ha creato un malessere in A. a cui è seguito un flusso inarrestabile di ideazioni ansiogene, accompagnate da acuti sensi di colpa.
Da allora, la signora è ossessionata dal pensiero “… di avere fatto qualcosa che non andava” e non basta a tranquillizzarla ripassare nella sua mente i fatti accaduti ed osservare che non ha fatto niente di sconveniente, niente che potesse avere incitato quell’uomo a fare questi commenti, e che il suo comportamento era stato del tutto inappuntabile.
“Forse sono io che ho sbagliato e ho fatto qualcosa per provocarlo”, è il pensiero che ossessiona la paziente e mi dice che se non sa cosa ha fatto “che non andava”, allora ne consegue che potrebbe di nuovo fare cose che non vanno fatte.
Va aggiunto che questo episodio ha riportato alla mente della paziente una lieve infatuazione che ebbe alcuni anni fa, tenuta sotto controllo e mai manifestata, di cui non ha mai parlato con nessuno. Una cosa che al giorno nostro, confrontato con il costume corrente, apparirebbe come preadolescenziale, “innocente”, ma che la paziente ha comunque vissuto come qualcosa di vietato, di sbagliato, che l’ha fatta sentire profondamente colpevole.
Questa reminiscenza, insieme al dubbio di avere fatto recentemente qualcosa che non andava, ha finito per scatenare nella testa della signora A. un vero e proprio turbinio emotivo, uno stato confusionale, con un principio di irrealtà, in quanto, secondo il suo riferire, essa non è più in grado di sapere cosa ha fatto realmente e ipotizza che questa infatuazione di anni addietro, che lei condanna, possa poi essere in qualche modo all’origine del comportamento del conoscente del ballo.
A. si arrovella il cervello, cercando di comprendere se e cosa può avere fatto, involontariamente ed inconsapevolmente, che non va bene e che può avere indotto il conoscente del ballo a rivolgerle quelle attenzioni da lei indesiderate. Per timore di dire o fare qualcosa di sbagliato la signora è giunta ad avere paura di addormentarsi, in quanto dormire significa perdere il controllo sulle sue azioni.
Il primo intervento è stato di esaminare la capacità della paziente di valutare, su un piano di realtà, i suoi comportamenti.
Da un’indagine più circostanziata, la paziente sa di non avere fatto nulla di male, ma in lei si insinua il dubbio di aver potuto fare “qualcosa che non andava” senza rendersene conto. Questo dubbio la tormenta tutto il tempo, creandole sensi di colpa e di panico, ed un malessere talmente forte che nelle ultime settimane la paziente si è isolata, evitando di uscire a ballare, rifiutando ogni invito, per paura di fare pubblicamente qualcosa di sconveniente.
Propongo alla signora un lavoro di regressione ipnotica a scopo esplorativo, in modo da avere un accesso diretto al suo vissuto ed al suo mondo emotivo, cosa che la signora accetta senza alcuna difficoltà.
All’invito di lasciare che il suo inconscio le presenti un episodio, in qualche modo collegato a questo stato di agitazione, la paziente mi riferisce subito di un episodio accadutole quando aveva circa 4 anni. Nel gruppo di case della frazione di campagna in cui abitava a quel tempo, viveva un ragazzo di 8-9 anni più grande di lei, quindi sui 12-13 anni di età, che aveva manifestato un interesse di tipo sessuale nei suoi confronti, a cui era seguito qualche toccamento attraverso i vestiti. Il ragazzo le aveva chiesto più volte di seguirlo in un luogo nascosto, ma lei si era rifiutata.
Nella trance, A. riferisce di non avere fatto nulla con quel bambino, ma rivive uno stato di malessere, di ansia e di colpa, che ha difficoltà a verbalizzare compiutamente. Nella regressione a cui ho condotto la paziente, è la “piccola” A. a parlare adesso e a confidare che la sua sofferenza deriva dal non sapere cosa lei può avere fatto di male, e perché quel ragazzo si è comportato in quel modo con lei.
Osservo che come tutti i bambini di quell’età, anche A. tende ad addossarsi la colpa di un comportamento di un altro, più grande di lei, comportamento che l’ha fatta stare male. A quattro anni A. non è ancora in grado di separare la sua responsabilità da quella dell’altro. Ed è perché si sente come corresponsabile di quello che è accaduto e non sa come o dove “collocarlo” nella sua vita, che la bambina ha poi tenuto dentro di sé quell’episodio e non ne ha mai parlato con nessuno.
Questa prima rievocazione dell’evento traumatico, con l’evidente nesso tra il ricordo accaduto all’età di 4 anni e i fatti recenti, ha l’effetto di calmare momentaneamente l’ansia della paziente, anche se questo effetto è di breve durata.
Nella seduta successiva, la paziente continua a riferire di provare ancora ansia e senso di colpa, sebbene in maniera molto attenuata.
Quindi, si pone la necessità di ritornare ad esaminare il vissuto di A. di 4 anni, stimolando il dialogo interiore tra A. “piccola” ed A. “adulta”, allo scopo di aiutare la signora a rielaborare questa esperienza.
In questo dialogo, sotto regressione, la “piccola” A. trova le parole per definire il comportamento molesto di quel ragazzo e con impeto dice ad A. “adulta” che si era comportato in quel modo perché lui era malato!
Finalmente, quando la “piccola” A. trova, nel suo lessico di bambina, un termine per definire il comportamento di quel ragazzo, lo stato ansioso della paziente scompare definitivamente e sparisce ogni traccia di ansia e di pensieri ossessivi.
Solo allora, infatti, A. ha potuto separare le sue responsabilità da quelle dell’adolescente, comprendendo immediatamente che il ragazzo ha agito in quel modo, non in risposta ad un atteggiamento involontario da lei manifestato, ma egli lo ha fatto in piena autonomia, per un qualcosa che egli aveva dentro e che la bambina, nel suo mondo infantile, ha connotato come “malato”.
Solo dopo questo “insight” A. si trova finalmente liberata da quell’ansia e da quei dubbi che, negli ultimi mesi, le avevano reso la vita di relazione praticamente impossibile.
Questo caso mostra come l’aver potuto dare un nome a quel comportamento abbia permesso alla paziente di collocare il fatto in un “posto” preciso nel suo universo e nel suo percorso di vita (l’incontro con il comportamento di un altro percepito come “malato”).
In altre parole la sua coscienza ha acquisito la consapevolezza che non può ritenersi o sentirsi responsabile di azioni indesiderate operate da un’altra persona nei suoi confronti, sopratutto se sono azioni con una benché minima attinenza alla sessualità.